| Gli allevamenti intensivi |
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Ciò che permette l'arrivo puntuale di bistecche, costine e polli arrosto sulle nostre tavole sono gli allevamenti intensivi. Per allevamento intensivo si intende una forma di allevamento che utilizza tecniche industriali e scientifiche per ottenere la massima quantità di prodotto al minimo costo e utilizzando il minimo spazio, tipicamente con l'uso di appositi macchinari e farmaci veterinari. La pratica dell'allevamento intensivo è estremamente diffusa in tutti i paesi sviluppati; la gran parte della carne, dei prodotti caseari e delle uova che si acquistano nei supermercati viene prodotta in questo modo. Le condizioni di vita degli animali rinchiusi in questi lager sono crudeli, incivili e spaventose. Se ciascuno di noi si fermasse a riflettere e avesse il coraggio di informarsi su quanto accade in queste strutture e in tutta la filiera, probabilmente nessuno se la sentirebbe più di mangiare (o cucinare) carne animale. Gli allevamenti intensivi hanno lo scopo di soddisfare la crescente richiesta di prodotti di origine animale abbattendone i costi, in modo da rendere questa categoria di prodotti adatta al consumo di massa; in questi allevamenti vengono concentrati enormi numeri di animali in spazi estremamente ristretti. In diverse occasioni sono stati denunciati fatti orribilmente gravi, come l'amputazione degli animali (per esempio il debeaking: ai pulcini viene tagliato il becco per evitare che da adulti possano aggredire sé stessi o i propri simili in preda a crisi da stress da prigionia), l'insorgere di atrofia muscolare in animali che non hanno neppure lo spazio per muoversi (e i volatili di aprire le ali), l'allevamento in totale assenza di luce o di buio, vari casi di cannibalismo tra animali, l'anemia indotta deliberatamente nei vitelli per renderne più tenere le carni, i pulcini maschi delle galline ovaiole che vengono gettati vivi nella spazzatura, e tanti altri casi similmente spaventosi.
Molti di noi hanno un'idea di tutto ciò, anche se quasi sempre la realtà supera di gran lunga ogni più audace immaginazione. Ma pochi sospettano che gli allevamenti intensivi (e quindi il consumo di carne) sono tra i maggiori responsabili dei più gravi problemi dell'ambiente. La stessa FAO, spesso accusata di "sostenere l'insostenibile" e di schierarsi a favore degli allevamenti, ne ha ammesso l'insostenibilità nel rapporto Livestock's Long Shadow - Environmental Issues and Options (La lunga ombra del bestiame. Questioni ambientali e possibili opzioni), Roma 2006. "A causa dei gas originati da letame, flatulenza e disboscamento per la creazioni di pascoli e dell'energia impiegata per l'allevamento, il bestiame produce il 18% dei gas serra che intrappolano il calore nell'atmosfera", afferma la Food and Agriculture Organisation (FAO). "Il bestiame è uno dei maggiori responsabili dei più gravi problemi ambientali attuali. È necessario intervenire urgentemente per porre rimedio a questa situazione," ha dichiarato Henning Steinfeld della FAO, autore senior del rapporto. Molti scienziati ritengono che l'aumento della quota di emissioni di gas serra immessi nell'atmosfera sia la causa del riscaldamento globale, che a sua volta potrebbe portare a conseguenze climatiche catastrofiche. Pur producendo una percentuale relativamente modesta (circa il 9%) del principale gas serra (ovvero l'anidride carbonica, CO2), secondo la FAO il bestiame è responsabile di ingenti quantitativi di altri importanti gas serra. Produce infatti il 35-40% delle emissioni di metano e il 65% di protossido d'azoto, gas responsabile del riscaldamento del pianeta quasi 300 volte di più dell'anidride carbonica, spiega il rapporto. Oltre alla minaccia al clima, la crescita degli allevamenti intensivi ha contribuito all'inquinamento delle acque e alla riduzione delle foreste, praticata per creare spazio ai pascoli: circa il 70% delle foreste amazzoniche è stata trasformata in pascoli, si spiega nel rapporto. La FAO sostiene che l'agricoltura deve sviluppare sistemi per ridurre le proprie emissioni, incluso il riciclaggio del letame in combustibili a biogas, correggere la dieta degli animali e migliorare le politiche sull'uso della terra. REUTERS Secondo le statistiche del dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti, i metodi di produzione più avanzati necessitano mediamente di 2,2 chili di cibo per ottenere un chilo di carne, senza contare che non tutto l'animale è utilizzabile e che ci sono alti costi di smaltimento. "Se tutti vivessero come si vive in Nord America, sarebbero necessarie mediamente quattro pianeti Terra per il sostentamento dell'umanità", afferma Claus Conzelmann, manager del gruppo Nestlé. Negli Stati Uniti si utilizza l'equivalente energetico di 4 litri di benzina per produrre 500 grammi di carne di manzi allevati con cereali: ciò significa che la richiesta annuale media di una famiglia di quattro persone (circa 120 kg) comporta il consumo di 1.100 litri di combustibili fossili, che emettono nell'atmosfera oltre 2 tonnellate e mezzo di CO2, pari alle emissioni di un'automobile media in sei mesi di normale uso.
Inoltre, la produzione di carne richiede l'impiego di ingenti quantitativi di acqua, bene prezioso e ormai raro per il nostro pianeta. Si consideri che attualmente la maggior parte dell'acqua del pianeta viene consumata per le produzioni di foraggio destinato all'alimentazione e all'abbeveraggio degli animali da allevamento (una mucca da latte beve circa 200 litri di acqua al giorno) e alla pulizia delle strutture di allevamenti e macelli. Il 70% dell'acqua utilizzata sulla Terra viene consumato quindi dalla zootecnia e dall'agricoltura, i cui prodotti servono in gran parte a nutrire gli animali d'allevamento. Gli allevamenti e i virusMucca pazza, influenza aviaria, influenza suina o H1N1... Come nascono tutte queste malattie legate agli animali? Nel 1965, negli Stati Uniti c'erano 53 milioni di maiali in più di un milione di allevamenti; oggi 65 milioni di maiali sono concentrati in 65.000 strutture. Si è passati dai recinti vecchio stile a enormi inferni escrementizi dove decine di migliaia di animali con sistemi immunitari indeboliti soffocano nel caldo e nel letame scambiandosi patogeni alla velocità della luce. Lo scorso anno una commissione istituita dal Pew Research Center ha pubblicato un documento sulla“produzione animale in allevamenti industriali” che sottolineava il grave rischio che “i cicli continui di virus... in grandi mandrie o greggi [aumenterà] le probabilità che attraverso la mutazione o la ricombinazione si generi un nuovo virus che potrebbe portare a una trasmissione umana più efficiente”. La commissione metteva anche in guardia sull'uso indiscriminato di antibiotici negli allevamenti di maiali (meno costoso che in ambienti umani), che favoriva l'aumento di infezioni da stafilococco, mentre le fuoriuscite di liquami generavano focolai di E coli e pfiesteria (l'organismo che ha ucciso 1 miliardo di pesci negli estuari della Carolina e ha fatto ammalare decine di pescatori). Qualsiasi miglioramento di questa nuova ecologia patogena dovrebbe far fronte al mostruoso potere degli allevamenti industriali come Smithfield Farms (carne di maiale e di manzo) e Tyson (pollame). La commissione ha riferito di un ostruzionismo sistematico messo in atto dalle corporazioni, comprese aperte minacce di bloccare i finanziamenti ai ricercatori che collaborassero con la commissione. Si tratta di un'industria altamente globalizzata con un impatto politico globale. Così come il colosso della carne di pollo di Bangkok, Charoen Pokphand, fu capace di mettere a tacere le indagini sul suo ruolo nella diffusione dell'influenza aviaria nel Sud-Est asiatico, è probabile che l'epidemiologia forense del focolaio di influenza suina sbatta la testa contro il muro di gomma dell'industria della carne di maiale. Questo non significa che l'arma del delitto non verrà mai trovata: sulla stampa messicana si mormora già di un epicentro dell'influenza nei pressi di un'enorme filiale della Smithfield nello stato di Veracruz. Ma ciò che importa (anche vista la perdurante minaccia dell'H5N1) è soprattutto un discorso più ampio: il fallimento della strategia pandemica dell'OMS, l'ulteriore declino della sanità pubblica mondiale, la morsa di Big Pharma sui medicinali salvavita e la catastrofe planetaria rappresentata dalla produzione di allevamenti industriali ecologicamente sgangherati.1 ALLEVAMENTI INTENSIVI INCUBATORI DI VIRUS "Eliminare le condizioni che trasformano gli allevamenti intensivi in bombe biologiche a orologeria". È secca la denuncia che viene da Legambiente e poggia su una casistica che comincia a diventare imbarazzante per chi ha la responsabilità di garantire la salute pubblica: nell'arco di un paio di decenni per ben quattro volte si è corso il rischio di una pandemia. Prima la Bse, un morbo prodotto dalla decisione di abbattere i costi della produzione dei bovini rinunciando a regole di buon senso elementare come l'alimentazione vegetariana delle mucche e le alte temperature nei processi di macellazione. Qualche anno dopo è arrivata la Sars, la polmonite atipica scoppiata in Cina e legata al contatto con gli animali destinati alla nostra tavola. Poi è stato il turno dell'aviaria, prodotta dalla vicinanza con l'allevamento intensivo dei polli. Ora tocca ai maiali: e questa volta le modalità di contagio sono molto più insidiose perché il virus si trasmette da uomo a uomo con una rapidità allarmante. INFLUENZA SUINA, DITO PUNTATO CONTRO GLI ALLEVAMENTI INTENSIVI Legambiente: servono regole nuove, non si possono stipare migliaia di animali in spazi ridotti MILANO - Per fermare la febbre suina e per scongiurare il pericolo di nuove ondate di Sars o di altre epidemie di origine animale «basterebbe modificare i sistemi di allevamento intensivi, ormai riconosciuti come causa scatenante delle pandemie ma ancora praticati senza limiti in tutto il pianeta». Ne è convinta Legambiente, che dopo l'esplosione dell'emergenza legata alla pandemia messicana è tornata a chiedere nuove regole per l'allevamento del bestiame destinato alla macellazione per scopi alimentari. «L'allevamento intensivo industriale - sottolinea il responsabile agricoltura dell'associazione, Francesco Ferrante - prevede la produzione di carni e derivati animali attraverso un vero e proprio sistema di detenzione in edifici di cemento di migliaia di animali in ambienti minimi, illuminati artificialmente, assolutamente inadeguati anche per le esigenze primarie delle specie allevate: la somministrazione forzata di cibo sottoforma di mangime, più spesso chimico che naturale, contribuisce allo sviluppo di virus sempre più forti e pericolosi prima per gli animali e poi, con le successive modifiche, per gli uomini». Per Legambiente «il modello agricolo della chimica negli allevamenti intensivi senza regole è arrivato al capolinea. È urgente un radicale ripensamento del settore che metta al centro la qualità e l'equilibrio con la natura, in modo da poter avere prodotti buoni e sicuri per la salute». 3 Per approfondire l'argomento, consiglio a tutti di leggere il libro "Se niente importa" di Jonathan Safran Foer, Guanda Editore, marzo 2010. Note: 1 - Mike Davis, The swine flu crisis lays bare the meat industry's monstrous power (Traduzione: Manuela Vittorelli/ Revisione testo- editing: Jules Previ) 2 - Repubblica 28 aprile 2009 3 - Corriere della Sera 30 aprile 2009
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